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Baia di Ieranto

La prima volta che sono sceso quaggiù ero piccolo, mi ci portavano i miei, ma nonostante l’acerba età è vivido ancora il ricordo di quei profumi che ancora oggi marcano il sentiero, è come se ci fosse un registratore di odori che ad ogni mio passaggio manda segnali di ricordi: mirto, rosmarino, ginestre, il tutto cosparso dalla terra salmastra alzata al nostro passaggio.

Il mare di uno smeraldo trasparente era una grande balia che ti abbracciava con quelle bianche onde spumose, ci donava conchiglie colorate e strani sassi levigati a dovere da quello scroscio interminabile che è la marea. Di ritorno dal mare, solo col costume (anche perché altrimenti inzuppavamo la maglietta di sudore nella salita dei gradini della vecchia cava), e ai piedi quei sandaletti rigorosamente blu con gli ”occhietti”, li ricordate!

Mia madre raccoglieva fascetti di calcatreppola azzurri e arbusti secchi per creare composizioni decorative in casa, mentre mio padre cercava di farmi assaggiare le “sciuscelle” (carrube): “dai che sono dolci, ti aiutano ad affrontare la salita e non fanno ingrassare!”.

Poi, il ritorno a casa, con la faccia tirata dal sole e dal sale, in autobus, quello con quei sediolini che sapevano di plastica e gasolio, che disgusto, ancora c’è l’ho sotto il naso, distrutti, ma con un’altra giornata indimenticabile da raccontare: quella vissuta nella baia di ieranto.

In memoria di Gemmulella (1910-2009), operaia ‘sindacalista’ di Ieranto

Quando iniziò il lavoro alla cava Gemma Baldisseri era ancora Gemmulella. E nulla sapeva di quelle pietre bianche e accecanti di Iéranto che i grandi mandavano a bruciare, «vive», negli altiforni di Bagnoli. Avrebbe ripetuto quei gesti per tutta la vita perché allora, come oggi, portare ‘a jornata a casa ammetteva qualsiasi travaglio, pure quello virile, prepotente e sacrilego che tanto cambiava, fino alla metà del Novecento, la Baia che sta, a dispetto delle Sirene, in braccio a Minerva. E allora Gemmulella ci scendeva da quando teneva 15 anni meno 4 mesi, ormai all’età giusta – come le aveva assicurato il «signor Conte» di un’altra cava, a Marciano – per impastare la calce. A fare la cavecenara la piccola Gemma resterà, sotto ai mastri, ai sardagnuoli e al Capitano, fino a diventare Gemma, ormai ventunenne e scuffulata. Storpiata, cioè, dai turni perpetui di lavoro che, se non altro, le andavano assicurando «8 lire di giorno e 8 lire di notte». Un vero affare per il capomastro! Ma i tempi di Iéranto intanto, come tutti gli altri tempi sireniani, cambiavano; e le 18 femmine sì faticatrici ma pure sovversive di quella cava, Gemma in punta, prendevano congedo coatto. Allora per evitare lo scorno e gli sfottò degli ex colleghi, piuttosto che a casa se ne andarono a sperdere il magone alle grotte sopra Sprito, in faccia a quella vaghissima consolatrice ch’è Capri. E l’Isola Azzurra, da par suo, tutto riflesse e sperse negli argentei dintorni di Nerano: perfino il rancore, senz’altro livido per quella notte di sonno pesante e irrinunciabile quanto il posto alla cava…

E a noi, che avremmo pensato alla pioggia dei giorni passati per spiegare la caduta massi sul sentiero di Iéranto, non resta invece che realizzare, all’epifania dell’anno, l’ultima deflagrazione – veramente liberatoria – di un perduto genius loci lubrense.

Sorrento, 6 gen. 09

G. Adinolfi