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Sorrento. A sproposito dell’agricoltura in Penisola…

Mi vien fatto di contare l’auditorium all’incontro-dibattito “Ambiente e Turismo – Salviamo gli agrumeti sorrentini”. Otto file da cinque posti, a destra, altrettante da sei, a sinistra, e qualche altro allerta. In somma, un centinaio di intervenuti voluti da Crawfordiani e Lionisti a dispetto della pioggia marzolina e del traffico girato sui cardini del Centro cittadino. Mi sembra quindi una buona costola di coloro che, molto probabilmepagliarellarinte, hanno a cuore le sorti dell’agricoltura sorrentina. Ma mancano i giovani, e me ne dispiaccio. Tant’è che, fatto salvo il solito pugno, discreto e invisibile come ai passati simili consessi, il più ha un’età media di circa cinquant’anni. Tanto da ricordare efficienti aranceti e limonaie della Penisola. Poi il congedo dal cd. «Secolo d’oro» dell’agrumicoltura locale che, per utile convenzione, si fa albeggiare a metà ’800. Oltre, si andavano sfrondando giardini di sempreverdi per concimare le fiumane stagionali dell’industria turistica. Alla quale nuove generazioni si son sempre votate, immolandosi…

Ecco, l’olocausto di queste e, insieme, del patrimonio agrumicolo introducono l’apoteosi della modernità. Giacché tutti sanno che l’agruminato è poca cosa se confrontato al virgulto di calcestruzzo ’nzertato al tufo della Piana, si mandano forestieri, ed altri ancora si vorrebbero mandare, a visitare i partionari come fossero indiani in riserva. Magari gravandoli di primizie e derivati quando già, giù al paese, note civettuole dei varî de Curtis, Califano e d’Esposito li avevano sviati.

Esageriamo? – I giardini agonizzano, diagnosticano i cerùsici; si possono miracolare solo con le suites per automobili. Cavandole dal grembo di Cibele. Ovvero il Paesaggio, mai così definito dall’uomo, è sotto l’ennesima metamorfosi – bestemmiano i passatisti. Quelli agrumeto-abbandonatoautentici, ciononostante, restituiscono al mittente le reminiscenze edulcorate quali, ad esempio, zagare olezzanti, auree pagliarelle aeree e versi del Tasso – che ancora si spacciano per autentici! [cfr. Ger. Lib. XVI, 10 e Omero, Od. VII, 117-121] – a favore dell’idea pragmatica colla quale impianti a gelso – primum mobile della manifattura serica – si convertivano per profitto, dopo almeno cinque secoli di onorato servizio, all’agrumicoltura ippodamea e non più decorativa. Chi, allora, levò i suoi scudi a favore delle nostrane fettucce e zagarelle?

E poi ci sarebbero le impareggiabili noci di Sorrento, tanto esclusive che preferiscono farsi bacchiare solo nelle parti alte di Carotto e Vico Equense…

 

(in “Agorà” 17.III.2009, p. 7)

Gaspare Adinolfi