Archive for the 'escursioni' Category

Ancoraggi…

lunedì, luglio 4th, 2011

come sempre, senza controlli e informazioni, le barche fanno ancoraggio nella baia…

ancoraggio nella baia di ieranto

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Architettura rurale sorrentina

giovedì, ottobre 8th, 2009

2Secondo una chiara tradizione storiografica il lettore che capiti a Torca «l’è inibito di andare avanti, perché finisce la strada e cominciano le coste di Positano aspre e montuose». Quale che sia questo termine in progressione, è lo stesso Gennaro Maldacea a chiarirlo, fissando ad un tempo le frontiere solari, se non topografiche, del Casale lubrense: «Monticelli», a levante, «Nubila» – oggi Nula –, a ponente. Ma il lettore presente, con buona pace del ‘Dottore con l’hobby della Storia’, non è quello di metà ’800; sicché può capitare di lasciare la terra cognita per affidarsi, Sole in faccia, alla vertiginosa costiera d’Amalfi. Allora dalla platea di san Tommaso si prende la scésa delle Gesine: al crocicchio dell’abate Antonino, alle prese col suo miracolo maiolicato, l’escursionista va a manca. È la strada del presepe vivente, che freme tutto l’anno nel suo industrioso andirivieni per presentarsi a Natale, manco a dirlo, rinata e maggiorata nell’assetto urbanistico. Accade quindi che, nel fuggire una livida serie di sbadigli – così le magioni spalancano sulla via i portali in piperno –, la rotabile di Monticello si torca come una serpe per strisciar lontano, incontro al famigerato dedalo paesano. La turba viaria s’innesta all’arteria per defluire in più parti: al Rivolo, giù Vetàvole, sopra la Salastra e, finalmente, al traverso di Chiavazzano. Siamo oltre la parrocchia di un solo chilometro, ma nessun’ombra di campanile avverte che lo sterrato, adesso, è tutto sorrentino. Sfuggita al breve castagneto, la Via sbocca in aperta campagna. È fatta a gradoni terrazzati in modo che, leggiamo il Persico secentesco, «mirandoli dalla parte di basso vi rappresentano un mezzo circolo in forma di Teatro, il che dà stupore e maraviglia à quelli, ch’attentamente le considerano». Discusso è il primato di chi abbia concepito l’artifizio di mutare, per abile riporto, gli orridi clivi in piani agrari; tant’è che ozioso sarebbe scomodare Romani e Saraceni se già Omero non ci avesse ragguagliato, in tempi non sospetti, sulla pratica di fabbricare a secco… Nelle regioni rurali gli antichi impilavano le pietre senza malta alcuna, affidando l’opera compiuta alla terra che poi sarebbe venuta, colle prime piogge, a colmare gl’interstizi per naturale meccanica di drenaggio… Va detto tuttavia che d’acqua, da queste parti, non ne cade mai abbastanza, ed i rivoli son tutti vernotici; sicché bisogna concentrarsi, osservando il costruito, per realizzare quale miracolo abbia sciolta la maledizione meridiana a favore dell’insediamento antropico. L’evidenza vuole che l’esposizione del convesso alle precipitazioni meteoriche permetta a queste ultime di defluire per gravità. Quindi l’edilizia rustica prevede anzitutto un voltato impostato su coronamento di piedritto, depresso appena da far scorrere il piovuto in un preciso vuoto di confluenza, che dà alla cisterna. Calcolata la piscina, così chiamasi tale conserva, si disegna la casa in funzione dei coltivi corrispondenti; ovvero degli oliveti, qui governati ab immemorabili. Così l’edificio comincia a prender forma, in pietra locale, a radicarsi nel suolo come «pianta che sbocci dalla zolla» (G. Clavel, 1922). In progresso di costruzione, si disegnano i volumi della cucina e quelli destinati alla prima trasformazione dei prodotti agricoli: frantoio e trappeto (’o muntano), se il fondo è olivato, cellaio e palmento (’o vuttajo) se a questo si aggiunge, come spesso capita, la viticoltura. Lo spazio dei ruminanti, sempre proporzionati al nucleo familiare, è discosto di quanto la sommaria igiene del tempo concedeva alla primaria salvaguardia del bene a quattro zampe… Altra cura è profusa, se previsto, per il secondo ed ultimo livello – sovente giustapposto al terraneo. Nessun comodo di rilievo sembra dedicato al colono: ascende alla sua stanza con rampa esterna e, passata la soglia opalina, talvolta ombreggiata di pampini, vi trova una finestra piccola quanto basta, ma ribadita sulla faccia a vista da un civettuolo ventaglio di tufî. Il calpestìo è pomice battuta su cui respira, quasi ad altezza di cristiano, un cielo a vela, a botte o a padiglione. Per assicurazione apotropaica di contro al malocchio o, peggio ancora, agli eventuali spiriti e accidenti domestici, vi trova spazio una semplice croce in bassorilievo; riprende e amplifica quella che nei manufatti monocellulari è segnata per inciso, o imbiancata a calce, sull’architrave d’accesso. Calce è anche la parola d’ordine per rintracciare l’anima di questi luoghi attrezzati: ottenuta per cottura di pietra calcarea in apposite fornaci (carcàre), trova largo impiego tanto in agricoltura, quale disinfettante dei campi, che in edilizia, ove è pure legante per malte ed intonaci. Con analogo spegnimento della calce viva si ottiene il latte di calce: è l’ingrediente primario in cui andranno ad essere inzuppati, a colpi di mazzoccola, i lapilli vesuviani delle vôlte in formazione. Il lungo tambureggiamento dell’amalgama, versato sul pietrame sagomato, finalmente dà la lamia, inconfondibile copertura estradossata. Travaglio, insomma, speciale e gravoso, perciò alleviato, magari, da un coro improvvisato su antichi motivi popolari… A compimento, per dirla 3con Edwin Cerio, si ottiene un «organismo con ossature murali a coperture spingenti». È formula algida e scolastica quella suggerita dal promotore del primo ‘Convegno del Paesaggio’ (1922), eppure propedeutica allo studio del pittoresco campionario tettonico. Senza voler ora approfondire a quale secolo debba assegnarsi una vôlta a crociera piuttosto che una a gàveta, diciamo solo che tale scelta di estradossi, che asseconda i magisteri delle epoche, ma sempre funzionale resta all’approvvigionamento idrico, è chiaro indice di semplicità edilizia, virtù che ancora si pretende a qualsiasi tipo di architettura condonabile che vada per sbaglio ad inserirsi in un paesaggio di ardente bellezza.

(in “Agorà” an. II, n. 428, 26 sett. ’09, p. 7)

Gaspare Adinolfi

super snorkeling :)

mercoledì, agosto 26th, 2009

mitica giornata di snorkeling domenica mattina presto con Nino Ulyxes e il super “atomo” Antonino, occhio di lince, che ci scova scorfani super mimetici, murene timide, stelle nascoste.

Il commento di Nino “sembra di nuotare in un acquario” vale per tutto :)

La baia anche questa volta non ci ha deluso, beh, insomma, quasi… lo spettacolo sulla “piattaforma” in effetti non è stato del tutto edificante…

Alla prossima :)

i panni dei legionari stesi sulla piattaforma

i panni dei legionari stesi sulla piattaforma

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Sulle orme di Giustino Fortunato alpinista

martedì, giugno 9th, 2009

dalla-croce-di-vico-alvano1Settanta chilometri di cammino ed oltre 3000 metri di sola ascensione per legare, in tre sudatissimi giorni, tutte le cime dei monti Lattari. E non sono numeri qualsiasi, ma quelli che occorsero a Giustino Fortunato per compiere una piccola grande impresa: la traversata dei Monti Lattari da Cava dei Tirreni a Punta Campanella. «È una regione distinta della Campania Felice – tale la vedeva dalla riviera partenopea –: una penisola montuosa, ricca di antiche memorie, di varia industria, di paesaggi incantevoli». Allora si lasciava sedurre, non ancora trentenne, il politico lucano; futuro Senatore e già attivo, pedestre Meridionalista.   

A parte le buone intenzioni, serviva l’anno 1877 ed «il più bel mattino d’autunno» per levare il Fortunato dal buen retiro di Castagneto e menarlo a Pasciano, frazione di Cava: guidato da un anziano taglialegna salendo s’innestava a quello che, se non il più verde, è certo il ramo migliore degli Appennini; e sopra proseguì per il Cerreto ed il Cervigliano, il Faito ed il Monte Comune, e così sia fino al promontorio di Minerva, in faccia all’universo capritano. Lì si fermò, ebbro di meraviglie, intuendo che le divinità vanno sì interrogate, ma non ascoltate.

In realtà lo spirito commemorativo non è che un pretesto, il primo, al “Cammino di G. F.” (II ediz.): oltre, sarà la solita verve escursionistica a distillare le magie della Natura negli alambicchi dei cuori itineranti o, quantomeno, nei circuiti della macchina fotografica… il fermentato novello, etichettato PasseggiArte©, sarà libato giovedì 21 maggio ore 18.30 dai multimediali della Libreria-caffè “Jonathan Livingston” (S. Agnello, Corso Crawford 21). 

[in Agorà 12.5.2009, p. 7]

G. A.

Baia di Ieranto

martedì, marzo 3rd, 2009

La prima volta che sono sceso quaggiù ero piccolo, mi ci portavano i miei, ma nonostante l’acerba età è vivido ancora il ricordo di quei profumi che ancora oggi marcano il sentiero, è come se ci fosse un registratore di odori che ad ogni mio passaggio manda segnali di ricordi: mirto, rosmarino, ginestre, il tutto cosparso dalla terra salmastra alzata al nostro passaggio.

Il mare di uno smeraldo trasparente era una grande balia che ti abbracciava con quelle bianche onde spumose, ci donava conchiglie colorate e strani sassi levigati a dovere da quello scroscio interminabile che è la marea. Di ritorno dal mare, solo col costume (anche perché altrimenti inzuppavamo la maglietta di sudore nella salita dei gradini della vecchia cava), e ai piedi quei sandaletti rigorosamente blu con gli ”occhietti”, li ricordate!

Mia madre raccoglieva fascetti di calcatreppola azzurri e arbusti secchi per creare composizioni decorative in casa, mentre mio padre cercava di farmi assaggiare le “sciuscelle” (carrube): “dai che sono dolci, ti aiutano ad affrontare la salita e non fanno ingrassare!”.

Poi, il ritorno a casa, con la faccia tirata dal sole e dal sale, in autobus, quello con quei sediolini che sapevano di plastica e gasolio, che disgusto, ancora c’è l’ho sotto il naso, distrutti, ma con un’altra giornata indimenticabile da raccontare: quella vissuta nella baia di ieranto.

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