Architettura rurale sorrentina
By gaspare. Filed in escursioni |
Secondo una chiara tradizione storiografica il lettore che capiti a Torca «l’è inibito di andare avanti, perché finisce la strada e cominciano le coste di Positano aspre e montuose». Quale che sia questo termine in progressione, è lo stesso Gennaro Maldacea a chiarirlo, fissando ad un tempo le frontiere solari, se non topografiche, del Casale lubrense: «Monticelli», a levante, «Nubila» – oggi Nula –, a ponente. Ma il lettore presente, con buona pace del ‘Dottore con l’hobby della Storia’, non è quello di metà ’800; sicché può capitare di lasciare la terra cognita per affidarsi, Sole in faccia, alla vertiginosa costiera d’Amalfi. Allora dalla platea di san Tommaso si prende la scésa delle Gesine: al crocicchio dell’abate Antonino, alle prese col suo miracolo maiolicato, l’escursionista va a manca. È la strada del presepe vivente, che freme tutto l’anno nel suo industrioso andirivieni per presentarsi a Natale, manco a dirlo, rinata e maggiorata nell’assetto urbanistico. Accade quindi che, nel fuggire una livida serie di sbadigli – così le magioni spalancano sulla via i portali in piperno –, la rotabile di Monticello si torca come una serpe per strisciar lontano, incontro al famigerato dedalo paesano. La turba viaria s’innesta all’arteria per defluire in più parti: al Rivolo, giù Vetàvole, sopra la Salastra e, finalmente, al traverso di Chiavazzano. Siamo oltre la parrocchia di un solo chilometro, ma nessun’ombra di campanile avverte che lo sterrato, adesso, è tutto sorrentino. Sfuggita al breve castagneto, la Via sbocca in aperta campagna. È fatta a gradoni terrazzati in modo che, leggiamo il Persico secentesco, «mirandoli dalla parte di basso vi rappresentano un mezzo circolo in forma di Teatro, il che dà stupore e maraviglia à quelli, ch’attentamente le considerano». Discusso è il primato di chi abbia concepito l’artifizio di mutare, per abile riporto, gli orridi clivi in piani agrari; tant’è che ozioso sarebbe scomodare Romani e Saraceni se già Omero non ci avesse ragguagliato, in tempi non sospetti, sulla pratica di fabbricare a secco… Nelle regioni rurali gli antichi impilavano le pietre senza malta alcuna, affidando l’opera compiuta alla terra che poi sarebbe venuta, colle prime piogge, a colmare gl’interstizi per naturale meccanica di drenaggio… Va detto tuttavia che d’acqua, da queste parti, non ne cade mai abbastanza, ed i rivoli son tutti vernotici; sicché bisogna concentrarsi, osservando il costruito, per realizzare quale miracolo abbia sciolta la maledizione meridiana a favore dell’insediamento antropico. L’evidenza vuole che l’esposizione del convesso alle precipitazioni meteoriche permetta a queste ultime di defluire per gravità. Quindi l’edilizia rustica prevede anzitutto un voltato impostato su coronamento di piedritto, depresso appena da far scorrere il piovuto in un preciso vuoto di confluenza, che dà alla cisterna. Calcolata la piscina, così chiamasi tale conserva, si disegna la casa in funzione dei coltivi corrispondenti; ovvero degli oliveti, qui governati ab immemorabili. Così l’edificio comincia a prender forma, in pietra locale, a radicarsi nel suolo come «pianta che sbocci dalla zolla» (G. Clavel, 1922). In progresso di costruzione, si disegnano i volumi della cucina e quelli destinati alla prima trasformazione dei prodotti agricoli: frantoio e trappeto (’o muntano), se il fondo è olivato, cellaio e palmento (’o vuttajo) se a questo si aggiunge, come spesso capita, la viticoltura. Lo spazio dei ruminanti, sempre proporzionati al nucleo familiare, è discosto di quanto la sommaria igiene del tempo concedeva alla primaria salvaguardia del bene a quattro zampe… Altra cura è profusa, se previsto, per il secondo ed ultimo livello – sovente giustapposto al terraneo. Nessun comodo di rilievo sembra dedicato al colono: ascende alla sua stanza con rampa esterna e, passata la soglia opalina, talvolta ombreggiata di pampini, vi trova una finestra piccola quanto basta, ma ribadita sulla faccia a vista da un civettuolo ventaglio di tufî. Il calpestìo è pomice battuta su cui respira, quasi ad altezza di cristiano, un cielo a vela, a botte o a padiglione. Per assicurazione apotropaica di contro al malocchio o, peggio ancora, agli eventuali spiriti e accidenti domestici, vi trova spazio una semplice croce in bassorilievo; riprende e amplifica quella che nei manufatti monocellulari è segnata per inciso, o imbiancata a calce, sull’architrave d’accesso. Calce è anche la parola d’ordine per rintracciare l’anima di questi luoghi attrezzati: ottenuta per cottura di pietra calcarea in apposite fornaci (carcàre), trova largo impiego tanto in agricoltura, quale disinfettante dei campi, che in edilizia, ove è pure legante per malte ed intonaci. Con analogo spegnimento della calce viva si ottiene il latte di calce: è l’ingrediente primario in cui andranno ad essere inzuppati, a colpi di mazzoccola, i lapilli vesuviani delle vôlte in formazione. Il lungo tambureggiamento dell’amalgama, versato sul pietrame sagomato, finalmente dà la lamia, inconfondibile copertura estradossata. Travaglio, insomma, speciale e gravoso, perciò alleviato, magari, da un coro improvvisato su antichi motivi popolari… A compimento, per dirla
con Edwin Cerio, si ottiene un «organismo con ossature murali a coperture spingenti». È formula algida e scolastica quella suggerita dal promotore del primo ‘Convegno del Paesaggio’ (1922), eppure propedeutica allo studio del pittoresco campionario tettonico. Senza voler ora approfondire a quale secolo debba assegnarsi una vôlta a crociera piuttosto che una a gàveta, diciamo solo che tale scelta di estradossi, che asseconda i magisteri delle epoche, ma sempre funzionale resta all’approvvigionamento idrico, è chiaro indice di semplicità edilizia, virtù che ancora si pretende a qualsiasi tipo di architettura condonabile che vada per sbaglio ad inserirsi in un paesaggio di ardente bellezza.
(in “Agorà” an. II, n. 428, 26 sett. ’09, p. 7)
Gaspare Adinolfi










giovedì, gennaio 20th 2011 at 17:32
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